La rubrica dell'editore

Un sogno chiamato Derbi

“E conserva i tuoi sogni”, disse Miquel, “Non puoi sapere quando ne avrai bisogno”

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Le due foto a corredo dell’articolo, almeno per me, sono divise da quaranta anni e da un sogno, un sogno che poi si è avverato e che ha segnato, nel bene e nel male, tutta la mia vita. Era il maggio del 1984, tempo di gite e di preparazione agli esami di stato; la fine dell’anno scolastico per noi studenti dell’ITIS di Terni, così come per tanti altri, si avvicinava ma nell’attesa c’era ancora il tempo per la gita scolastica che, a differenza di quelle precedenti, quella volta ci portò all’estero. Quando tra le tante mete che ci vennero prospettate saltò fuori la possibilità di andare a Barcellona tutti, ma proprio tutti, non esitammo un solo istante a scegliere questa opzione. Arrivò così la mattina della partenza, l’emozione era palpabile ed i chilometri da percorrere tanti, tutti in pullman e già questo era eccitante. Si canta, si ride, si sogna tutti insieme, tutti con una vita davanti da immaginare e vivere. I sogni da ragazzo sono sogni sfrontati e senza limiti ed un eskimo o un chiodo te li raccontano al di qua o al di là di un muretto. Ricordo benissimo ogni sosta, ricordo benissimo il passaggio delle frontiere, ricordo benissimo ogni compagno, ricordo benissimo la scritta che ci accolse posta su quella parete immensa che, a sinistra della Avenida Meridiana, recitava in catalano, e non in spagnolo, Benvinguts a Barcelona. Ricordo benissimo l’arrivo in un piccolo hotel, anche lui ancora lì e funzionante, che si trova proprio davanti a la Estacion de Francia. Quaranta anni fa Barcellona non era la città di adesso; le Rondas, sia quella Litoral che quella de Dalt, non erano neppure nella mente dei loro futuri progettisti e, compressa tra le montagne ed il mare, la vita era caotica come soltanto una metropoli multietnica che vanta uno tra i più importanti porti del Mediterraneo poteva garantire. Colòn, la Rambla, il Raval, il barrio Gotico, il Born non erano posti per turisti o, per lo meno, lo erano fino ad una certa ora, fino a quando cioè la notte non scendeva e tutto si ammantava di trasgressione, mistero e perché no, pericolo. A noi giovani studenti tutto questo però non metteva disagio e paura ma, al contrario, incoscienti come eravamo, esercitava un fascino incredibile del quale la nostra ingenuità si nutriva a dismisura. Sembrava di vivere dentro un film con le navi della flotta americana alla fonda nel porto e l’MP, con tanto di fascia sul braccio, ghette bianche e Jeep, a far da ronda. Con pochi soldi in tasca ma tanti sogni in testa, ci apprestavamo a vivere dei giorni indimenticabili da riempire con aneddoti che avremmo poi raccontato mille volte. Ognuno di noi, pieno delle sue passioni, si sentiva già più grande per il solo fatto di poter passeggiare tra quelle calles, plazas e avenidas, soltanto per il fatto di poter dire “Io Barcellona la conosco …” Due anni prima gli Azzurri avevano vinto il mondiale di Spagna, al Sarrià avevano battuto il Brasile e l’essere italiani, giovani e non dico belli ma per lo meno simpatici, ci faceva pensare di avere qualche chances in più rispetto ai molto ipotetici successi sentimentali che speravamo. Ma parlando di passioni, la mia era già da allora quella che mi faceva rimanere per ore, e ad occhi spalancati, di fronte alla vetrina di un concessionario dove magari veniva esposto un nuovo modello di moto, dove l’ansia affinché arrivasse presto il mercoledì per comprare Motosprint era forte, dove non si poteva prescindere dal sapere tutto su piloti, corse, risultati delle gare e novità tecniche. Si, moto e piloti erano già allora la mia grande passione, una passione trasmessami prima da mio nonno e poi dai miei genitori. In realtà nel cuore albergava anche una remotissima illusione di diventare pilota che chiaramente cozzava in maniera forte e decisa contro quelli che invece erano i no decisi, e comprensibili, di papà e mamma che certamente avevano ben chiara, oltre ai rischi, la mancanza di talento. Lucchinelli, Uncini, Sheene, Roberts e tantissimi altri, se non proprio amici erano dei buoni conoscenti nel senso che sapevo tutto di loro: vita, morte e miracoli. Ma c’erano anche quei fenomeni delle cilindrate più piccole e c’erano anche tanti marchi che costruivano quelle zanzare che correvano veloci; correvano e vincevano. Tra Garelli, Morbidelli, MBA, l’elenco sarebbe lungo, c’era anche la Derbi ed i suoi piloti. DERivado de BIcicleta, un acronimo che la dice tutta su quello che la marca catalana ha rappresentato per la mobilità in terra iberica già a partire dal 1922, anno della sua fondazione. Tormo, Herreros, Nieto portavano in pista Las bolas rojas e portavano a casa vittorie e mondiali. Ma tornando a quei giorni a Barcellona, bisognava pur dare un senso e giustificare in maniera istruttiva e formativa quella scelta; insomma non potevamo fare soltanto i turisti. Ed infatti nel programma della settimana c’era inserita una visita ad una fabbrica. Fu così che tutti insieme, e tutti in pullman, di prima mattina ci dirigemmo verso Mollet del Valles per visitare uno stabilimento della Pioneer che si trovava nel poligono industriale di Martorelles a nord di Barcellona. Adesso per arrivarci ci sono talmente tante strade, superstrade ed autostrade che è più facile perdersi che altro ma allora, di strada ce n’era soltanto una e, camminando camminando, ti portava ad una cavalcavia. Ecco, quello che vidi all’improvviso dopo quel cavalcavia, quello che pensai in quel momento e quello che poi è accaduto, hanno segnato in maniera determinante ed indelebile i successivi quaranta anni della mia vita. Ricordo ogni istante, ogni pensiero ed ogni emozione che ho provato. Superato quel cavalcavia mi ritrovai di fronte ad una fabbrica; una enorme corona di alloro con al centro un grande numero 1 e la scritta DERBI campeggiava sul tetto dell’edificio al lato della strada; vedere tutto questo e pensare “Sarebbe un sogno poter lavorare qui dentro, nella squadra che corre in giro per il mondo … Andrei anche solo per pulire le carene e gonfiare le gomme!” fu un tutt’uno. Già, un sogno, un sogno di un ragazzo che vuole immaginare la propria vita futura esattamente come la sogna. Carlos Ruiz Zafòn nel suo romanzo L’ombra del vento che avrei letto tanti anni dopo, e che tra l’altro è completamente ambientato con Barcellona sullo sfondo, scrive: “E conserva i tuoi sogni”, disse Miquel “Non puoi sapere quando ne avrai bisogno”. Ecco, io credo di aver fatto la stessa cosa. Passano gli anni e con loro le prime esperienze lavorative ma la passione per moto e motori rimane sempre lì. Succede che nel Motomondiale ci finisco davvero ma non è tutto; nel 1998 la Derbi decide che vuole rientrare nelle competizioni e c’è quindi da improntare il reparto corse, c’è da costruire un progetto e creare una struttura. Un impegno grande da pianificare nei più piccoli dettagli e, a tale scopo viene contattato Giampiero Sacchi che per farla breve porta con se tutti i suoi uomini tra i quali io. Così, quindici anni dopo quel “Sarebbe un sogno poter lavorare qui dentro, nella squadra che corre in giro per il mondo … Andrei anche solo per pulire le carene e gonfiare le gomme!”, mi sono ritrovato a Martorelles, sotto quel grande alloro con il numero 1 e la scritta DERBI che sembra un monito, un peso da sopportare perché per la Spagna la Derbi è un qualcosa di sacro. Dieci anni bellissimi con la DRD, Derbi Racing Development, a progettare e realizzare moto da corsa, dieci anni durante i quali il marchio viene acquisito da Piaggio che riporterà poi sulle piste di tutto il mondo anche Gilera e con lei conquisterà i due titoli iridati del 2001 e 2008 rispettivamente con Manuel Poggiali e Marco Simoncelli. Diece anni dove a Derbi e Gilera si somma anche Aprilia e, tutti insieme, si contribuisce fornendo prototipi per il 70% delle griglie della 125 e 250. Una bella favola direte voi … Si una bella storia, una di quelle che soltanto un sogno trasformato in realtà sa raccontare ma purtroppo non finisce qui. Le strategie economiche ed industriali non hanno ne cuore ne, tanto meno, anima e se ne infischiano dei sogni. Piaggio decide di mettere il marchio Derbi in un cassetto, così come nel 2020 farà con Gilera, e lo fa chiudendo lì dentro anche tutta la sua storia, sportiva e non, lo stabilimento di Martorelles ed il reparto corse DRD, quello che anche re Juan Carlos, da grande appassionato di moto quale era, aveva visitato rendendoci orgogliosi del nostro lavoro. Con il tempo l’abbandono prende il posto delle linee di produzione, degli uffici e quant’altro. Operai, tecnici, impiegati e tutti quelli che nel tempo erano diventati amici vanno a casa; di corse, per Gruppo Piaggio, se ne parla soltanto a Noale. Non ci sono più le moto due tempi, con Aprilia si pensa prima alla SBK e poi, finito quel ciclo, alla MotoGp. La scorsa settimana, in occasione del GP di Catalunya, percorrendo quelle strade che per tanti anni sono state le mie strade, ho costeggiato un enorme piazzale sterrato, un piazzale grande come una fabbrica. Già, come una fabbrica, come quella fabbrica che sul tetto aveva una enorme corona di alloro con al centro un grande numero 1 e la scritta DERBI. Non c’è più nulla se non desolazione e tristezza. Quella grande corona di alloro è stata smontata e spostata al lato di una rotonda che si percorre lungo la statale che da Martorelles porta a Montmelò. E’ sola, è triste e quasi sembra chiedere: “Perché?”. Esattamente come quaranta anni fa, guardando quel piazzale che sembra una enorme ferita a cielo aperto ho pensato ancora “Sarebbe un sogno poter lavorare qui dentro, nella squadra che corre in giro per il mondo … Andrei anche solo per pulire le carene e gonfiare le gomme!” Già sarebbe un sogno ma oggi purtroppo, a meno che la Derbi non serbasse in se le sembianze di un Araba fenice, quel sogno non si avvererà più. Quelle ruspe hanno portato via tutto e perché no, hanno portato via anche un po’ di me …

di Roberto Pagnanini

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